Quando si parla di sessualità, si tende ancora a immaginarla come qualcosa di represso, nascosto, controllato dall’alto.
Michel Foucault, nel 1976, con La volontà di sapere, ribalta completamente questa visione: il problema non è che la sessualità venga messa a tacere, ma che se ne parli continuamente.
Secondo Foucault, viviamo immersi in una rete di discorsi sul sesso: lo analizziamo, lo definiamo, lo classifichiamo. Non è il silenzio a dominarlo, ma un rumore costante fatto di medicina, psicologia, religione, educazione. Il potere, in questo scenario, non funziona solo imponendo divieti. Fa qualcosa di molto più sottile: produce comportamenti, orienta desideri, costruisce identità.
La sessualità, quindi, non è semplicemente “nostra”. Non nasce in modo puro dentro di noi. È il risultato di una lunga storia fatta di regole, interpretazioni e sguardi esterni. E noi, anche quando crediamo di essere liberi, partecipiamo a questo sistema: lo alimentiamo, lo modifichiamo, lo interiorizziamo.
Un passaggio chiave, secondo Foucault, è la distinzione tra ars erotica e scientia sexualis. Da una parte, il sapere del piacere vissuto, sperimentato; dall’altra, una scienza che vuole analizzare, catalogare, spiegare la sessualità. L’Occidente ha scelto la seconda strada: ha trasformato la libido in qualcosa da studiare, da confessare, da normalizzare.
È così che nascono le categorie: normale, anormale, perverso. Non sono dati naturali, ma costruzioni culturali. Nell’Ottocento, ad esempio, si inizia a definire cosa è accettabile e cosa no. Il bambino che scopre il proprio corpo, la donna “isterica”, l’uomo “deviato”: figure che non esistono in natura, ma prendono forma dentro un sistema di controllo.
Eppure, la sessualità si espande in una rete di discorsi, curiosità, confessioni. È qui che Foucault introduce un’idea potente: il piacere non è opposto al potere, ma ne è parte. I due si alimentano a vicenda.
Autori come Pierre Klossowski hanno lavorato su questa stessa linea, mostrando come l’erotismo non sia mai qualcosa di “puro”, ma sempre intrecciato con regole, limiti e trasgressioni. Il desiderio, in fondo, prende forma proprio nel confronto con ciò che è permesso e ciò che non lo è.
Ed è qui che entra in gioco il cinema.
Il cinema è uno dei luoghi in cui tutto questo diventa visibile. Non solo perché mostra il desiderio, ma perché lo costruisce. Quando guardiamo un film, non siamo spettatori neutrali: ci identifichiamo, proiettiamo, ci lasciamo attraversare da immagini e storie che parlano anche di noi.
C’è un momento, in sala, in cui qualcosa cambia. Seduti al buio, sospendiamo il controllo. Accettiamo ciò che vediamo, anche quando è lontano da noi. È quello spazio ambiguo in cui possiamo desiderare senza conseguenze, vivere emozioni che nella realtà reprimiamo. Una sorta di sogno a occhi aperti.
Il cinema funziona proprio grazie a questo doppio movimento: da una parte ci fa entrare nella storia (identificazione), dall’altra ci permette di scaricare tensioni (catarsi). È per questo che temi come erotismo e violenza sono così ricorrenti: toccano zone profonde, spesso inaccessibili nella vita quotidiana.
Ma il cinema non si limita a mostrarci chi siamo. Partecipa alla costruzione della nostra identità.
L’identità, infatti, non è qualcosa di fisso. Non è un punto di arrivo. È un processo. Cambia nel tempo, nelle relazioni, negli incontri. Le teorie psicoanalitiche, da Freud a Lacan, insistono proprio su questo: diventiamo noi stessi attraverso gli altri, attraverso ciò che desideriamo, attraverso ciò che ci manca.
In questo senso, identificarsi con un personaggio non significa semplicemente “riconoscersi”. Significa trasformarsi. Assorbire qualcosa, anche inconsciamente. Non è imitazione, è un processo più profondo, che modifica il modo in cui percepiamo noi stessi.
Le immagini non sono più solo qualcosa da osservare: sono uno spazio in cui entriamo, che manipoliamo, che facciamo nostro. Le nuove generazioni non si limitano a guardare storie, ma le reinterpretano, le incorporano nella propria identità.
I confini tra realtà e rappresentazione si fanno sempre più sottili.
E forse è proprio qui che si chiude il cerchio: la sessualità, come l’identità, non è mai qualcosa di dato una volta per tutte. È un campo aperto, attraversato da forze, immagini, discorsi. Un luogo in cui potere e desiderio si incontrano continuamente.
Il cinema, in fondo, non fa altro che mostrarcelo. E, mentre lo guardiamo, ci costringe, anche senza accorgercene, a guardare noi stessi.