Alla fine, rimane soltanto un interrogativo, senza risposta.
Si pensa sempre di essere l’eccezione alla regola, che si faccia la differenza o che ciò non ti tangerà mai. L’invincibilità è la religione di noi giovani: noi possiamo; noi facciamo; noi vogliamo. Per poi scoprire che, alla fine, dobbiamo solo accontentarci. Una generazione che possiede tutto, senza effettivamente possedere qualcosa.
Ci dissero: “La vita non si calcola sui 100 m, ma sulla maratona. Chi arriva alla fine della maratona?”. Allora abbiamo iniziato ad informarci, io ho iniziato ad informarmi. Ho iniziato a correre. Letteralmente. Onestamente, un gran dolore e una grande fatica…ne starà valendo la pena? Però, d’altro canto, mi dissero anche: “Buttati!!”. Ma come buttati? E da dove? Se esiste un trampolino di lancio, ditemelo!
Quando finalmente trovi il trampolino, salti. Ma invece di un materasso morbido su cui atterrare, ad aspettarti sotto c’è una delle domande più temute di sempre: “ma tu, nella vita, cosa vuoi fare?”
La domanda è devastante.
Sappiamo che nella vita vogliamo essere assolutamente felici, ma il diritto alla tristezza? Michela Murgia rispondeva di non sapere cosa desiderasse dalla vita, ma sapeva che la cosa più importante fosse essere felice. Ma perché nella vita si deve essere sempre e per forza felici? Perché non posso essere triste? Già, tutti estremamente contenti…
La verità è che il COVID ha sancito un’importante regola affissa fuori da ogni balcone italiano: “Andrà tutto bene”. Alla fine non è che sia andato proprio tutto bene eh…era più una premessa che una verità.
C’è che forse, in realtà, siamo tutti un po’ tristi, arrabbiati, delusi o privi di speranza.
Sì, allora, forse è meglio mentire.
Schopenhauer, avresti amato la nostra generazione. Direi che la vita di questa generazione oscilla tra un “hai solo 25 anni, c’è ancora tempo” e un “hai già 25 anni, non c’è più tempo”.
Insomma: posso essere alla prima stagione di Friends, e iniziare la mia vita a 26 anni scoprendo pian piano come evolverà, o essere in Tick Tick Boom, dove i tuoi vent’anni sono scanditi dal ticchettio di un orologio assordante che sai che esploderà appena compi 30 anni.
E allora cosa facciamo? Ci accontentiamo e dobbiamo anche essere felici nel farlo. Tutto deve essere un sì pieno e felice. Niente deve essere un no, triste e deluso.
Allora mi chiedo, ma se io proprio lo volessi dire quel no, cosa succederebbe? Mi si fisserà una grande “A” sul petto come riconoscimento di traditrice generazionale?
La verità è che:
no, non voglio correre
no, non voglio sorridere
no, non voglio mentire
no, non voglio buttarmi
no, non voglio tacere
no, non voglio accontentarmi
se il mio sogno non è come il vostro, non vuol dire che non abbia valore.